Afghanistan: la comunicazione 20 anni dopo

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Negli anni ’90 un certo mondo islamico, che dominava l’Afghanistan talebano, credeva che televisione ed internet fossero veicoli di volgarità, immoralità e propaganda anti-islamica: 20 anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle la comunicazione è radicalmente cambiata ed i vertici talebani sembrano aver studiato molto bene la nuova realtà del millennio.

Oggi, il loro portavoce Zabihullah Mujahid, comunica su Twitter, vanta 400 mila follower, così come Suhail Shaheen (quasi mezzo milione di follower), portavoce per i media internazionali che però i suoi tweet li scrive solo in inglese.

Talebani Online: strumenti e la lezione dell'ISIS

Tra le lezioni imparate, molte vanno attribuite all’esperienza del’ISIS, tra tutte l’utilizzo del polacco justpaste.it, un editor online rudimentale ma efficace. Il dominio .it in questo caso non è utilizzato per il riferimento all’Italia ma per il significato dell’acronimo: Information Technology.

Un esempio chiarificatore è il comunicato dei talebano riguardo la presunta violazione statunitense degli accordi di Doha.

È quella che Politico chiama la “Extreme Makeover” dei talebani, prendendo in prestito il titolo di un fortunato reality show.

Con 23 milioni di cellulari e 10 milioni di accessi ad internet, l’Afghanistan del terzo millennio non è quello di 20 anni fa, anche a causa dei progetti di “Nation Building” a stelle e strisce (progetti realizzati in larga parte grazie al contributo della comunità internazionale). Oggi l’89% degli afgani che ha un qualche accesso alle telecomunicazioni, aprendo di fatto una nuova porta irrinunciabile per la ri-affermazione del potere islamico nel paese.

Tuttavia, il loro utilizzo dei new media, non è cosa recente: già nel settembre del 2015 i militanti barbuti si facevano selfie a Kunduz, dopo la prima vera e propria battaglia vittoriosa dal 2001.

I talebani rispettano gli "Standard della Community"?

Con la riconquista del paese, le leggi dei fondamentalisti stanno venendo reintegrate. Anche nel contesto delle aziende tech e della comunicazione che ora “dovranno soddisfare la legge islamica”, come ha fatto sapere il portavoce.

20 anni dopo l’11 Settembre 2001 quindi il mondo, sopito per due decenni sul tema, si trova a porsi l’interrogativo sull’Afghanistan: i talebani violano i celebri “standard della community”?

Per Facebook e Instagram la risposta è affermativa: la presenza di “hate organizations” non è consentita nelle piattaforme di Zuckerberg.

Anche TikTok ha bollato i talebani come organizzazione terroristica e continua a rimuovere i loro contenuti. Su Twitter, però, è un’altra storia: qui ai talebani è permesso di mantenere gli account attivi, mentre – come molti hanno notato – l’ex presidente Trump è stato bannato a vita. Interrogato sul perché, Twitter ha glissato non rispondendo alle sollecitazioni aggiungendo solo che avrebbe «continuato a far rispettare in modo proattivo» le sue regole che vietano la «glorificazione della violenza, la manipolazione della piattaforma e lo spam».

Parlando di standard però è difficile ignorare la reattività degli esponenti di spicco talebani sulle dinamiche fondamentali dei social: a chi chiede quale sia il suo formaggio preferito (nel chiaro tentativo di deridere), Suhail Shaheen risponde “Il pecorino Romano“.

Oppure, distogliendo l’attenzione dalle gravissime violazioni dei diritti delle donne, Abdul Qahar Balkhi, membro della “Commissione Culturale” dei talebani, in una intervista a Newsweek ha citato la lotta al cambiamento climatico come una delle grandi sfide per il futuro. Abduld si dice anche preoccupato per la “sicurezza mondiale”, sicurezza di cui proprio i talebani erano finora una delle principali minacce, assieme alle organizzazioni terroristiche da loro ospitate e protette.

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